Molto spesso si sente parlare di calciatori e atleti professionisti che ricorrono all’aiuto di un Coach Sportivo personale, per migliorare le proprie performance e raggiungere gli obiettivi desiderati. Una figura sviluppatasi negli anni 80, che in Italia ha preso piede dagli inizi degli anni 2000, per poi diventare sempre più importante intorno agli anni 2008-2010, con risultati strabilianti. Adesso il Coach Sportivo si sta diffondendo anche nel panorama dilettantistico, dove a farne uso sono tutti quei calciatori desiderosi di raggiungere il mondo dei professionisti.

Sulla questione è intervenuto Scott Scotto di Carlo (Life, Business e Sport Coach Professionista, iscritto all’Associazione Coaching Italia secondo la legge 4/2013).

Scott di cosa si occupa il Coach Sportivo?

«È doveroso distinguere la figura del Coach (la persona fisica, sia nel calcio, sia nella vita personale) dal coaching, che è il metodo (basato sulla relazione processuale) attraverso il quale, chi ha un obiettivo (nel nostro caso il calciatore) e non riesce a raggiungerlo per diversi motivi, si rivolge al Coach, il quale interviene accompagnando il ragazzo in un processo autonomo di apprendimento, finalizzato alla comprensione del blocco che gli impedisce di raggiungere il massimo rendimento, e neutralizzarlo».

Quali sono i benefici del coaching?

«Partiamo dal presupposto che ogni calciatore ha un suo, per così dire, vissuto: un tipo di regime alimentare, di allenamento e così via. E mettiamo il caso che, per un certo periodo, egli sia distratto da vari fattori, magari famigliari o personali, e quindi non riesca a dare il massimo. Qui interviene il Coach, ponendo massima attenzione sul concetto della cura del sé: correggere l’alimentazione per esempio, oppure concentrarsi sul passato problematico, sul presente percepito e sul futuro desiderato. In seguito, il Coach e il calciatore, insieme, esplorano e comprendono quali siano i reali problemi che lo frenano, e instaurano un rapporto di completa fiducia che porterà il ragazzo ad aprirsi piano piano, sviluppando consapevolezza, responsabilità, fiducia, fino alla completa autonomia di scelta a fine processo. È anche per questo che, impropriamente, spesso si usa il termine Mental Coach. Ovviamente non tutti i calciatori hanno bisogno di questo metodo ma, ad oggi, anche personaggi di spessore mondiale come Ronaldo, Messi, Neymar e Totti hanno un Coach personale».

Il coaching si sta diffondendo anche nei dilettanti?

«Assolutamente si. È diffuso in tutto il mondo fin dagli anni 80, anche se in Italia è arrivato all’inizio degli anni 2000, concretizzandosi nel 2008/2010. È un metodo che può essere utilizzato da qualsiasi individuo, non solo sportivi. Nel mondo dilettantistico viene utilizzato, specialmente, da quei giocatori desiderosi di raggiungere il professionismo. Spesso e volentieri ci sono giocatori molto bravi, i quali però non raggiungono determinati livelli per via della loro testa e della gestione delle loro emozioni. I dilettanti, soprattutto i ragazzi dai 16 ai 22 anni, sono suscettibili quando si tratta di gestire le emozioni e, in questi casi, il Coach Sportivo ha una valenza molto importante. Prima il Coach era soltanto l’allenatore ora, invece, è diventato uno “strumento” personale che porta ad un miglioramento (in termini di alimentazione, attività fisica, motivazione) nel giro di poco tempo e il suo contributo termina nel momento in cui si è raggiunto l’obiettivo che l’atleta si è prefissato». 

 

Andrea Spaziani