Se c’è una cosa che il mondo del calcio dilettantistico ha compreso bene in questi mesi di emergenza è che i cosiddetti “professionisti” farebbero meglio a non parlare di Covid-19. Anzi, qualcuno farebbe bene a tornare a scuola. Diverse dichiarazioni hanno mostrato ignoranza e mancanza di buon senso. E alcuni comportamenti non sono certo stati educativi. È mancato il buon esempio.

Perché quello che sta accadendo nel mondo dorato del professionismo dopo i 22 calciatori risultati positivi nel Genoa, dopo le polemiche che hanno accompagnato la partita sospesa Juventus-Napoli e dopo le dichiarazioni del Ct della Nazionale sulla «impossibilità di trasmettere il virus durante una partita: il calcio si fa all’aperto e il campo è lungo 100 metri», fa venire un grosso dubbio. E cioè che il calcio professionistico, dalla Federazione ai massimi dirigenti, sia guidato da molti ignoranti. Altrimenti non si riesce a spiegare come si possa continuare a difendere un protocollo interno, privato, realizzato da una federazione che ha interessi ben precisi, di fronte ai rilievi della scienza.

Se un calciatore risulta positivo deve andare in quarantena individuale. Se la squadra dispone di almeno 13 calciatori non contagiati può disputare la gara, che altrimenti viene rinviata in altra data. Questo ciò che prevede il protocollo della Figc, secondo cui la squadra del Napoli ha commesso un errore a non partecipare alla partita di Torino anche in presenza di una diffida dell’azienda sanitaria. Ma ci sono tante cose che sfuggono a questa “bolla”. Ad esempio che in quarantena individuale deve andare anche chi è stato in contatto con la persona contagiata. E cioè, nel caso di una squadra, una ventina di calciatori, l’allenatore, il vice allenatore, il dirigente, l’addetto stampa, il massaggiatore, l’aiuto massaggiatore, il facchino, l’autista del pullman ecc. ecc. Perché questa dimenticanza?

Ma torniamo al caso Juventus-Napoli. Tre a zero a tavolino, dice il regolamento nel caso una squadra non si presenti alla competizione. E ora un ricorso del Napoli contro la decisione della Federcalcio pende dalle mani del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea, che mercoledì prossimo renderà nota la sentenza. A differenza di molti dirigenti sportivi, il giudice Mastrandrea è uno che ha studiato, e per questo molto probabilmente dovrà riconoscere che, in una nazione in stato di emergenza (stato prorogato dal governo fino al 31 gennaio), difficilmente il protocollo di un’organizzazione privata può avere più titolo di un decreto proveniente da un ente pubblico deputato alla tutela della salute pubblica. Tra l’altro, l’incursione della Asl di Napoli sul campionato di Serie A è stata lodata addirittura da uno dei virologi più “soft” del momento, ovvero il professor Massimo Clementi dell’ospedale San Raffaele di Milano, il quale sul caso ha dichiarato: «La Asl di Napoli ha rotto gli schemi, ma ha fatto bene».

Alla data di venerdì 9 ottobre, i calciatori di Serie A positivi al Covid-19 risultavano essere 28, e tra questi ben 17 sono del Genoa. A seguire ci sono 4 calciatori dell’Inter, 2 del Cagliari, del Milan e del Napoli e uno della Sampdoria. Inutile sottolineare che il Genoa, dovendo rispettare il protocollo, rischia di finire in serie B: dovrebbe mettere in squadra tutti ragazzi della Primavera, ma, secondo il regolamento della Lega, alla squadra è consentito un solo jolly. E quindi la squadra della Lanterna rischia di retrocedere senza neanche fare il campionato. Il Napoli grazie all’intervento dell’azienda sanitaria ha evitato di fare la stessa fine? Non lo sapremo mai, anche perché non è mai troppo tardi per il Coronavirus: i focolai sono sempre in agguato. E allora? Resta l’importanza della cultura, unica garanzia per capire chi dice corbellerie e chi cerca la verità. E resta l’osservanza delle regole dettate dagli scienziati: usare la mascherina, curare attentamente l’igiene, mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, osservare la quarantena di 14 giorni se si è stati in contatto con una persona contagiata.

Queste regole il calcio dilettantistico le ha messe in atto con attenzione. Non ci sono tamponi, ma negli stadi chiusi il controllo di chi entra è garantito, così come le distanze e l’uso delle mascherine. I calciatori sanno bene che la mattina dopo devono andare a lavorare, e che se dovessero risultare positivi la loro quarantena individuale non si svolgerebbe in un attico da 300 metri quadrati o in un albergo a cinque stelle, ma in una camera in casa con il rischio di far ammalare i propri familiari. Certo, non si sa ancora quando partiranno i campionati delle categorie minori, ma in Serie D, in Eccellenza e in Promozione il buon senso prevale ancora sulle esigenze di mercato. E ci auguriamo che continui a dare il buon esempio.

Buon senso. Buon esempio. Viene in mente quello che faceva la società pescarese Delfino Flacco Porto prima del lockdown, con i suoi calciatori che militavano nelle giovanili. Il presidente, Quintino Paluzzi, aveva organizzato per i suoi calciatori il servizio di doposcuola, per cui prima dell’allenamento i ragazzi avevano a disposizione degli insegnanti per ripassare i compiti di matematica, italiano e di altre materie. «Un servizio che rassicurava molto le famiglie, che in alcuni casi impedivano ai ragazzi di venire a giocare proprio perché andavano male a scuola», spiega il presidente del Delfino. «Con il servizio di doposcuola tutto è cambiato, e i genitori mandavano con piacere i loro figli a giocare. Tanto sapevano che, con noi, prima c’erano i compiti, poi l’allenamento». Chapeau.

Studiare dev’essere il primo requisito per ogni calciatore, ma soprattutto, aggiungiamo noi, per ogni manager sportivo. Se c’è cultura, è difficile che manchi il buon senso. Con la cultura, è difficile che non ci sia il buon esempio.

Luigi Di Fonzo

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Le foto pubblicate in questo articolo sono di Jeffrey F Lin on Unsplash e della società Genoa Cricket and Football Club