Amarcord torna indietro nel tempo e oggi riavvolge il nastro della carriera di Girolamo Bizzarri, per tutti Mino. Una carriera che parte dai campi di periferia, dalla strada, per poi arrivare in alto, realizzando il sogno di ogni calciatore, la Serie A. Emigrato giovanissimo a Torino, Bizzarri è ben presto tornato a sud, conoscendo piazze quali Siracusa, Caserta, Taranto e Reggio Calabria.

La scalata al calcio che conta di Bizzarri è passata per gli oltre 40 gol nella Spal di Donigaglia, per Cesena, fino al Brescia di Corioni e di mister Reja, dove è arrivato il salto in A, dove ha conosciuto i più grandi palcoscenici d’Italia e dove si è rapportato con figure rimaste nella storia del nostro calcio.  Poi la volata finale, dalla C1 di Modena all’annata di Pistoia (9 reti in Serie B), dal piccolo e indimenticabile paradiso di Brescello, in C2, al passaggio a Reggio Emilia, prima del ritorno in Abruzzo, con la Rosetana, in C2, e da allenatore in seguito.

Bizzarri racconta alcune di queste annate ai microfoni di Abruzzo Calcio Dilettanti. 

Mino Bizzarri (foto: Daniele Capone)

Gli inizi

«Negli anni ’80 era tutto diverso. Approcciarsi in una realtà giovanile era molto più semplice. Noi giocavamo per strada, si organizzavano i tornei nei quartieri, sotto casa. Oggi ci sono altri svaghi, ci sono altri interessi. Ci sono generazioni diverse. Poi pian piano mi sono iniziato ad ambientare in altre città, lontano dalla mia Roseto».

Un abruzzese in viaggio

«Roseto allora non era una città, ma anche di meno. All’inizio ambientarmi a Torino è stata dura. Partii da qui salutando i miei genitori e sapendo di non rivederli prima di 4 mesi, cioè nel periodo natalizio. Ho avuto momenti brutti, in cui ero messo a dura prova. Qui ero abituato a girare liberamente, senza limiti. Lassù, invece, mi ritrovai nella città della Fiat, della Juve, del Toro, tutto un altro ambiente. Mi accompagnavano a scuola e poi a casa, in convitto. Sono stati due anni duri, poi io sono sempre stato molto legato al mare, allontanarmi da esso fu ancor più difficile di tutto il resto. Però, fu una esperienza molto utile, ho visto cose che di solito si affrontano a trent’anni, io le ho vissute a 16».

Siracusa

«Quella era la vera Serie C meridionale, quella che tutti raccontano. A Siracusa mi sono anche sposato, immaginate quanto possa essere stata importante quella tappa. Venivo da una operazione alla schiena durante il periodo di Caserta, da 8 mesi di stop. Da Siracusa ricominciai da zero, il primo anno segnai 8 gol nel solo girone di ritorno. L’ambiente era caldo, la città era piccola perciò c’era solo il calcio e decisi di restare, diventando capocannoniere l’anno successivo. Sono stato trattato bene e ho grandi ricordi, poi si è creato un legame particolare con tutti, con molti mi sento tutt’ora. Da lì posso dire di aver toccato il volo».

Presidenti calorosi

«Ho avuto dei Presidenti unici, ricordo bene Montagnani a Modena che ci voleva un gran bene. Lillo Foti è stato quello più passionale, ci seguiva sempre, si fermava agli allenamenti e faceva notare il suo essere attaccato alla squadra. Era proprio un tifoso, mentre oggi i presidenti sono tutti un po’ più manager. Donigaglia l’ho avuto alla Spal e già lui era un imprenditore che era inserito tra economia e calcio, iniziava a capire come sarebbe andato poi il calcio».

La tappa alla Spal

«A Ferrara c’è stato proprio il picco della carriera. Ho fatto oltre 40 gol in due anni, il primo ci vide fare un cammino pazzesco perdendo la sola finale contro il Como di Tardelli. Dalla Spal mi porto tanti ricordi. Venivo da 7 anni di calcio meridionale, in piazze caldissime come Nocera, Caserta e non solo dove questo sport era uno stile di vita, nel vero senso della parola. Ferrara era un ambiente diverso, però trovai lo stesso tantissimo calore. Non potevo nemmeno uscire di casa che tutti i tifosi venivano a chiedere le foto, squadra e sostenitori erano un tutt’uno e ci si stava davvero bene, tolto il clima perché per uno abituato al caldo come me, o comunque al meteo mite, il nord era una cosa tutta nuova. Fu una delle cose che quasi mi spinsero a chiedere la cessione all’inizio, ma poi sappiamo tutti come è andata, porto dietro ricordi di persone bellissime».

Brescia, non una semplice parentesi

«Brescia era il sogno di tutti a quel tempo. Realizzai quel sogno e andammo anche in Serie A, un qualcosa di indescrivibile. Un aneddoto che ricordo è che il venerdì prima dell’ultima gara di Reggio Calabria partimmo con la consapevolezza che un punto ci avrebbe dato la promozione. Il sabato sera, noi un po’ più anzianotti per così dire, ci sedemmo e iniziammo a fare i conti per capire tutti i se e i ma di quel weekend poi rimasto nella storia. Improvvisamente, Luciano De Paola prese la parola e disse: “Domani facciamo il punto e basta, così festeggiamo subito, prima accade e meglio è”. Lì ho capito che non conta se si gioca in casa o fuori, quando bisogna raggiungere un obiettivo bisogna fare il massimo il prima possibile senza farsi scappare la chance».

A Brescia, un abruzzese interista che sfidò il Castel Di Sangro e poi l’Inter

«In verità non ricordo tantissimo di quella partita. Conoscevo bene Claudio Bonomi con cui si era costruito un bel rapporto, quella del Castel Di Sangro fu una favola incredibile e in quei giorni ne parlavano tutti. Sfidarlo significava molto per chiunque, è una delle storie più belle che ci lascia lo sport. Poi l’anno dopo, invece, mi ritrovai a giocare contro l’Inter, la squadra del mio cuore. La sera prima della gara dormivo in camera con Hubner e dormimmo poco pensando al fatto di affrontare la nostra squadra del cuore e ci mettemmo d’accordo in primis per avere la maglia nerazzurra a fine partita. In campo, però, non mi facevo condizionare dall’affrontare la squadra che seguivo da sempre, tanto che in una amichevole con la Spal ci segnai anche contro. Volevo essere il più professionale possibile, in quel momento ero a Brescia e pensavo al mio Brescia, ai miei tifosi, alla mia società, ai miei compagni. Quella pazza partita ci vide andare in vantaggio, poi entrò Recoba che tirò due fucilate e la ribaltò. Era una squadra davvero forte, c’era un organico unico, su tutti c’era il Fenomeno».

Gli anni 2000

«L’anno di Pistoia fu quello del calcioscommesse e mi portò ad andare via. Mi chiamò Cadregari, che mi chiese di scendere in C2 con lui a Brescello, però ero titubante, non me la sentivo di scendere di categoria. Dopo un paio di giorni, accettai. Avevo 32 anni, ero stufo dei giornali, delle tv e volevo staccare la spina. Brescello rappresentò l’ossigeno di cui avevo bisogno, anche perché poi furono due anni bellissimi, in cui segnai 4 gol al Teramo, ma non solo. Poi ebbi la fortuna di condividere quell’esperienza con i compagni giusti, era una famiglia in un ambiente perfetto, sotto traccia e in tranquillità. Poi la gente del paese era amichevole, sia dopo le vittorie che dopo le sconfitte, anche grazie a loro facemmo un bel campionato, perdendo la fase finale contro la Samb. Insieme al Presidente di quella squadra e al mister Cadregari, andai a Reggio Emilia, ma quella fu una stagione brutta, non mi trovai bene per varie motivazioni, anche se i tifosi erano unici anche lì».

Un rosetano a Roseto in Serie C

«Il ritorno a casa l’ho sempre sognato. La società mi aveva chiamato anche l’anno di Serie D ma non si fece nulla, mai mi sarei aspettato di andare a giocare per la squadra della mia città in C, eppure accadde grazie alla mediazione di Iaconi. Il primo anno andò non come speravo, più che altro perché non ci fu quel feeling che speravo con mister Pagliari, seppur calcisticamente andò bene. Non andammo subito d’accordo, ma nel calcio ci sta. Il secondo anno è stato spettacolare grazie ad una figura, Danilo Pierini, più che un semplice allenatore. Mi ha rigenerato, mi ha fatto lavorare fisicamente e con lui mi sono davvero divertito. Ci salvammo anche con i miei 15 gol, mi tornò davvero la voglia di un tempo».

Allenatori, figure paterne

«Due persone resteranno per sempre nel mio cuore in particolare, Adriano Cadregari e Danilo Pierini. Da loro ho appreso molto, soprattutto dal lato umano, oltre a quello tecnico. Eddy Reja è stato un signore, teneva bene il gruppo e sapeva che per far funzionare la macchina bisognava creare i presupposti ambientali giusti, ci faceva stare come a casa. Nel corso del tempo è cambiato il rispetto per i mister. Prima l’allenatore era e doveva essere sempre rispettato, oggi ci sono alcuni spogliatoi, lo sento da più parti, dove non è la stessa cosa. Per mia fortuna ho trovato squadre dove sono sempre stato apprezzato dai miei giocatori e soprattutto rispettato».

Nicolas Maranca

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