Abruzzo Calcio Dilettanti continua a sfogliare l’album dei ricordi del movimento regionale e si ferma a Celano, una piazza storica e dal passato blasonato. Il calcio, ai piedi del Castello, è arrivato nel 1974, con la fondazione del Celano Football Club Olimpia cambiando più volte denominazione nel corso degli anni. 10 volte in Serie C2 ( o Seconda Divisione che dir si voglia) e ad un passo dalla C1 in un periodo non molto distante da noi. Dal 2006-2007, i marsicani furono inseriti nel girone C di Serie C2 e da lì in poi arrivarono grandi gioie fino all’alba del nuovo decennio.

Una salvezza arrivata all’ultimo minuto dello spareggio playout nella prima annata, in un indimenticabile derby con la Pro Vasto, poi un punto di svolta. L’arrivo di Giacomo Modica sulla panchina mandò in Paradiso Celano e l’Abruzzo intero, con stagioni di altissimo livello e giocatori noti a livello nazionale, prima e dopo quella tappa. Da Pasquale Luiso a Federico Dionisi, da Damiano Zanon a De Maio, da Maikol Negro a Giuseppe Caccavallo, e non solo.

Tra i protagonisti di quella avventura, che nel 2007-2008 ha vissuto il suo apice con la semifinale playoff per la C1 vinta a discapito della Valle Del Giovenco prima del ko con la Real Marcianise in finale, il classe 1986 Graziano Villa, centrocampista e a lungo capitano del club biancazzurro. Ai microfoni di ACD, ha rievocato quelle annate tra aneddoti e grandi soddisfazioni.

Villa ha presentato così quell’avventura: «Era un traguardo storico, pur non essendo la prima volta per la nostra realtà in Serie C. Il calcio, negli anni di Ermanno Piccone, era molto sentito, non era semplicemente uno sport. Da celanese e da tifoso del Celano, sono stato orgoglioso di aver fatto parte di quello squadrone. Non so se mai potrà accadere ancora, chi ha vissuto quelle stagioni non se le dimenticherà».

La prima annata in C2

«La stagione 2006-2007 è stata particolare. Il girone di andata non era stato così esaltante, sbagliammo molto e ci ritrovammo con appena 14 punti. Nel girone di ritorno, arrivarono giocatori importanti, su tutti Pasquale Luiso, e facemmo una bella cavalcata. Andammo a fare i playout dopo un grande testa a testa con la Vibonese, ci sfavorì solo la differenza reti, però ci arrivammo da favoriti perché avevamo un organico superiore e perché, contro la Pro Vasto, ci saremmo giocati la seconda gara in casa. Ricordo che noi andammo in vantaggio, poi subimmo pareggio e sorpasso. Al 90’, però, il mio caro amico Luigi Morgante segnò il gol che, secondo me, ha fatto nascere tutto quel che poi sarebbe avvenuto. L’ho vissuta con particolare emozione quella gara, dopo la sfida dell’anno successivo con l’Avezzano è stata la più bella della mia vita, raggiungere una salvezza così non ha eguali».

Il passo successivo: l’arrivo di Modica

«Il cambio di allenatore fu abbastanza tranquillo, anzi fu lo stesso mister Petrelli a raccomandare Modica alla società come nuovo tecnico, ma lui rimase sempre al nostro fianco. Sapevamo dei metodi duri di allenamento di Modica, però al contempo ci fidavamo perché veniva fuori da una grandissima scuola come quella di Zdenek Zeman. Lui sapeva cosa fare, ci conobbe in pochi passi ed era molto meticoloso in ciò che faceva, curava ogni dettaglio e resta l’allenatore migliore che abbia mai avuto. Se oggi può ancora allenare ad alti livelli, un motivo c’è. Poi avevamo un organico pauroso».

Una famiglia imbattibile

«La squadra fu costruita quasi per caso, molti di noi erano giovani, penso a Federico Dionisi, a De Maio, Negro e non solo, elementi che poi hanno fatto strada. Eravamo un gruppo di uomini, una famiglia. Stavamo insieme in campo e fuori, 24 ore su 24. La sera andavamo a cena insieme, condividevamo tutto anche a livello personale. I risultati non arrivarono per caso, sfiorammo la C1 grazie all’applicazione dell’organico, all’amicizia e all’abilità di Modica. La semifinale con la Valle Del Giovenco avvalorò ancor di più il percorso. Loro erano fortissimi, ma ancor di più lo era la rivalità tra Avezzano e Celano e i favori del pronostico non li avevamo, però ribaltammo lo stesso e scrivemmo una pagina di storia. Il ritorno a casa dopo quel pareggio nella seconda sfida ha rappresentato una enorme soddisfazione per il gruppo».

Giocatori di rilievo

«In quegli anni ho avuto la possibilità di allenarmi e giocare con grandi campioni. Secondo me quello che era più tecnicamente dotato, ma anche mentalmente, era senza dubbio Dionisi, che vedeva cose che gli altri non avrebbero mai visto. Oltre a lui, De Maio, lo stesso Alfonso Pepe, che fu sfortunato per un infortunio al braccio, poteva fare molto di più. Negli anni successivi, nessuno dimenticherà mai Francesco Marfia, che ha sfiorato la Serie A. Ne potrei elencare tantissimi. Pasquale Luiso? Quando è arrivato, molti erano scettici pensando fosse comunque a fine carriera e che potesse dar poco. Invece si è calato nella parte con una umiltà unica mettendosi al servizio di noi giovani. Ci dava consigli, ci faceva capire determinate cose ed era una grandissima persona, oltre che giocatore. Il suo rendimento ha sorpreso tutti, parliamo di un giocatore grandissimo che ci ha fatti crescere».

Livello altissimo

«Quello era un calcio diverso sotto molti punti di vista. In primis per gli organici delle squadre, nomi altisonanti che oggi starebbero insieme solo in club di serie B, ma anche di più ed invece erano uniti da realtà di Serie C. poi i giocatori di quegli anni erano mostruosi sia a livello fisico, tattico che mentale. Oggi le priorità sono altre, in quei campionati si viveva il calcio a 360 gradi sotto tutti i profili. Onorato di aver vissuto quelle annate con quel Celano e con quei meravigliosi compagni di avventura».

L’aneddoto

«Ricordo tanti episodi, in particolare mi porto dietro la vigilia della semifinale con la Valle Del Giovenco. La sera eravamo in albergo ad Avezzano in ritiro, qualsiasi altra squadra sarebbe stata col pensiero fisso sul match. Noi, invece, dopo cena eravamo lì a giocare e a prenderci in giro. Ci penso perché mi fa pensare ad una famiglia, dove ci si sa divertire e dove si è uniti, pensavamo solo a star bene in quel momento, non volevamo perderci nemmeno un minuto».

[Foto di copertina di Dimitri Houtteman da Unsplash]

Nicolas Maranca

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