La rubrica “Amarcord” continua a raccontare squadre e personaggi che hanno scritto la storia del dilettantismo abruzzese. Tappa a Montesilvano, dove vive uno dei volti più noti nel calcio regionale, quel Gianluca Pacchiarotti da molti ricordato per il debutto in Serie A come più giovane tra i portieri, e per essere stato il primo, in Italia, a subire gol su azione da Diego Armando Maradona, ma non solo. Fu uno dei primi a lasciare la terra d’origine per conoscere il calcio estero, con la maglia dello Schalke, poi una carriera che ha arricchito di anno in anno il suo curriculum.

Pacchiarotti ha vestito le maglie, tra le altre, di Scafa, Lauretum, Montesilvano, Cologna, San Salvo, Miglianico e Casalincontrada prima di passare al ruolo di preparatore dei portieri nel dilettantismo. Una figura che continua ad affiancare gli estremi difensori, un punto di riferimento che si racconta ai microfoni di Abruzzo Calcio Dilettanti.

Gli inizi

«All’epoca non avevamo un settore giovanile a Scafa, mio paese d’origine, e andai all’Alcyone, che dava possibilità ai ragazzi di crescere. Mi ritrovai a Pescara nell’anno della prima storica promozione in Serie A ed era stato fatto un progetto di rilievo a livello giovanile. C’erano tecnici di spessore, penso a Gino Stacchini, ex Juventus, e a Mario Tontodonati, una icona per Pescara, ma non solo. Il mio primo allenatore fu Monticelli e noi li chiamavamo “professori”, perché essere in quei settori giovanili significava ricevere valori, educazione e formazione a tutto tondo. Era un calcio decisamente diverso, figlio di un’epoca che non c’è più».

Giocare nel Pescara

«Arrivare in prima squadra, in quel periodo, era difficilissimo, perché non si puntava sui giovani e per noi era già una gran cosa fare la partitella del giovedì. Poi la storia ci insegna che nell’86/’87 Galeone fece l’impossibile con una squadra di ragazzini, ma era una situazione diversa. L’unico che, nei miei anni, diede risalto ai giovani in modo evidente fu Saul Malatrasi, che prese la prima squadra nel 1981 senza fortuna, lui era un maestro e per suo merito molti ragazzi fecero carriera, come Gentilini. Ci si confrontava con maestri di calcio che avevano tracciato un solco indelebile nello sport».

Gli anni di Cologna

«Venivo da anni bellissimi, in cui ebbi la possibilità di incontrare atleti indimenticabili quali Maradona, Bergomi e tanti tanti altri. Mi confrontai con il mondo delle nazionali giovanili, prima della mia seconda vita calcistica. Dopo la parentesi di Termoli e quella nel Lauretum, mi chiamò Francesco Quartiglia per andare a dare una mano al Cologna e noi vincemmo quasi tutte le gare per passare dalla Prima Categoria alla Promozione. In panchina c’era un maestro delle promozioni come Ennio Di Sante, che nel teramano è una istituzione. Poi c’è un aneddoto, perché Meucci mi volle con insistenza a San Salvo nel 1992/1993. Fui richiamato da D’Emilio e Quartiglia, che mi chiesero di tornare a Cologna e mi chiesero di portare con me qualcuno da Pescara, non esitai a contattare Chiulli, che veniva da annate più che positive come quella con l’Angolana e quella con il San Salvo. Facemmo quattro annate in Eccellenza, un campionato molto competitivo con piazze blasonate. Ricordo anche l’arrivo di Ugo Dragone, che aveva la doppia veste di allenatore e giocatore e mi dava una tranquillità incredibile, non lo potrò mai dimenticare».

Silvino D’Emilio e Piero Di Pietro

«Sono due persone che ricorderò a vita con profonda commozione. Silvino D’Emilio mi voleva bene e aveva un grande sogno, poi realizzato anche grazie all’apporto del figlio: portare avanti un settore giovanile. Era un appassionato del calcio, uno di quei dirigenti che non si trovano più, perché oggi molti non rispettano i patti, lui era unico invece. D’Emilio dimostrava quotidianamente la sua vicinanza agli atleti, come in una famiglia. Quando penso a Piero Di Pietro non riesco ancora a capacitarmi del fatto che non sia più tra noi e di come sia accaduto. Con lui ho vissuto tre anni intensi ed emozionanti a Loreto, ero il preparatore dei portieri nella sua squadra, la sua casa. Ci siamo ritrovati anche in seguito, era rimasto un rapporto bellissimo, tanto che facemmo anche dei viaggi insieme. Dispiace non aver fatto di più quando sfiorammo la promozione andando ai playoff».

Montesilvano e Lauretum

«A fine secolo ero allo Scafa con mister Bianchi e collaboravo con mister Dragone a Montesilvano. Vincemmo la Promozione e ci regalammo anni epici. Mi ritrovai nella rosa di Eccellenza e devo dire che c’era una atmosfera molto stimolante, dalla passione di chi veniva a seguirci al fatto che fu realizzato lo stadio nuovo in erba naturale. Ricordo che passavano grandi giocatori, ma fu un altro capolavoro di Dragone, che ci portò anche alla finalissima di Coppa Italia con il Notaresco, persa ai rigori. Poi passai al Lauretum e in quegli anni il calcio vestino viveva la sua età dell’oro, come dimenticare i grandi derby con il Penne e quei campionati così livellati verso l’alto».

Cambiare ruolo

«Passare dal calcio giocato all’allenare i portieri è stato indolore, molto stimolante direi. Sono stato in piazze blasonate ho conosciuto Presidenti unici come Ricca e anche esperienze meno fortunate. Poi sono stato in staff vincenti come Miglianico. L’anno di Vasto, in C2, non fu particolarmente felice, però sapevo che il mio mondo era quello dilettantistico, dove mi sono sempre sentito a casa. Non posso nascondere di essermi tolto grandi soddisfazioni, ma la cosa di cui vado fiero è che ho sempre dato disponibilità per aiutare a crescere i giovani portieri. Oggi servirebbero rispetto ed etica, molti cercano di inserirsi solo perché sono bravi a scrivere e commentare sui social. L’etica deve sempre venire al primo posto e sono rimasto deluso da molti personaggi incontrati».

Preparare i portieri, tra ieri e oggi

«Il passare del tempo ha portato nuovi strumenti tecnologici, ma anche e soprattutto nuovi approcci metodologici. Ho vissuto quella fase di ricambio generazionale strutturale di portieri e preparatori. Sono andati avanti sempre più corsi di formazione, però in Italia oggi manca una linea comune. Molti miei colleghi vogliono essere protagonisti senza riconoscere il lavoro di chi li ha preceduti. Non mi è mai andato bene l’evidenziare i difetti dei ragazzi, oggi si dà luogo a troppa competizione. Dovremmo prendere esempio dalla Svizzera, che manda in Bundesliga molti portieri con una linea comune. Rispetto ai miei anni, oggi serve umiltà, l’abbiamo persa strada facendo. C’è troppa fretta, noi non eravamo così, vivevamo davvero il calcio. Sicuramente è cambiato anche il modo di raccontare il calcio, c’è troppa aspettativa nei settori giovanili. Bisogna regolare tecnica, tattica, carattere e bisogna far capire alle famiglie che non tutti possono arrivare in alto, ci sia più umiltà».

Piacevoli sorprese

«Ho incontrato tantissimi portieri e mentirei nel fare preferenze, farei un torto a tutti loro. Ricordo piacevolmente tutti i ragazzi con cui ho lavorato, con molti ho mantenuto anche i rapporti. L’ultimo mio anno, a Loreto, affiancavo da riserva Alceo Palena. Poi l’ho avuto a Francavilla e oggi lo seguo all’Acqua&Sapone. Ha delle qualità incredibili, mi ha sempre impressionato per la forza che ha. Poi è incredibile che riesce a coprire tutto lo specchio pur essendo alto meno di molti altri colleghi e lo fa in modo egregio. Sbaglierei nel definirlo il migliore, ma dico che lui va preso ad esempio».

Foto di copertina di Gianluca Pacchiarotti (fonte: www.gianlucapacchiarotti.com)

Nicolas Maranca

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