Amarcord permette ad ACD di tornare a sfogliare pagine uniche dell’album dei ricordi del calcio abruzzese. Accade così di ritrovarsi catapultati al campionato di Promozione 2003/2004, nel girone B. La storia, quell’anno, fu scritta dall’Ortona di mister Marco Ciannavei. Una squadra costruita con meticolosità, ambizione e progettualità.

Un organico composto da elementi quali Giovanni Baldin, Provinciali, Nardone, Cicchini, Carlo Provinciali e non solo, arricchito dalla presenza di Rocco Pagano, nome che non necessita di presentazioni per i suoi trascorsi ad altissimi livelli nel calcio italiano. Quell’anno, l’obiettivo era tornare in Eccellenza, ripetendo la cavalcata della stagione 1994/1995 e i gialloverdi non fallirono. 69 punti in 30 giornate, con 62 gol fatti e 20 subiti (miglior attacco e miglior difesa del girone) e con il successo anche della Coppa Mancini.

A rievocare quell’indimenticabile stagione, Federico Potenza, uno dei giovanissimi membri dell’organico, alla prima vittoria di campionato e, casualità, proprio nella città natale. 

Ortona e l’Ortona

«Sono nato e cresciuto ad Ortona. A livello calcistico, anche, dai Primi Calci alle categorie Allievi e Under 18 e non solo. Ha rappresentato un trampolino di lancio, ho vissuto intensamente l’esperienza con le giovanili. Poi andai al Francavilla e a 17 anni fui chiamato da Franco Settimio per entrare nell’ambizioso progetto della prima squadra dell’Ortona. L’organico di quell’anno era davvero un carro armato, se riproponiamo gli 11 titolari di allora nei campionati odierni, farebbero ancora la differenza, con gli stessi punti e gli stessi record. Devo molto a Settimio, è stato colui che ha creduto maggiormente in me ed ero fuoriquota. Giocare per la mia città era un’emozione unica. Ricordo l’esordio col Manoppello, buttato lì in campo con una fiducia dell’ambiente che mai mi sarei atteso. Poi girare per le strade della città ed essere sempre fermato dai tifosi che ci spronavano in ogni modo, era davvero incredibile. Senza dimenticare l’affetto che ci legava al Presidente Baccile, che ha sempre creduto nella sua squadra con una passione unica».

La mano di Marco Ciannavei

«Al mister va un plauso particolare. Lui era consapevole delle potenzialità della squadra, ma non si esaltava mai, viaggiava sempre sul filo del rasoio tenendo tutti concentrati. Non metteva mai l’uno al di sopra dell’altro, soprattutto tra noi fuoriquota, voleva compattezza e la ottenne, dopo gli allenamenti la squadra andava sempre a cena insieme o comunque si riuniva da qualche parte. Mi faceva sentire molto stimolato, non solo dagli incitamenti, ma anche quando venivo rimproverato. Ricordo una gara, a Pineto, quando subimmo gol e i due centrali si rivolsero a me come a farmi capire di non doverle sbagliare certe cose e lì capii quanto volevano spronarmi. Ringrazierò Ciannavei a vita, per aver creduto in me sempre, facendomi giocare praticamente sempre».

Una corazzata

«Avere la possibilità di giocare con Rocco Pagano, Perrucci, Carlo Provinciali, Marchioli, Baldin e così via, era un privilegio. Erano tutti giocatori con una certa esperienza nel dilettantismo e non solo, mi sembrava di sognare e invece era tutto vero. Poi quando iniziarono ad incanalarsi anche i risultati, fu tutto ancor più esaltante. Senza dimenticare il ruolo nello spogliatoio di Augusto Gabriele, che era una sorta di leader, uno dei più carismatici. Potevo solo crescere con loro. Eravamo forti e compatti in ogni reparto, eravamo consapevoli di essere di un gradino superiore. La differenza la fece proprio l’essere sempre uniti, non ci fermava nessuno. Mi sento spesso con molti di quella annata, abbiamo mantenuto ottimi rapporti».

Giocare con Rocco Pagano

«Io lo conoscevo per fama, qualche anno prima lo vedevo sull’album delle figurine e poi mi sono ritrovato ad averlo vicino come un fratello, un padre, un amico. Rocco è un esempio, umanamente e calcisticamente. Lui, se avevi un problema, ti stimolava ad andare avanti con una pacca sulla spalla, raccontando di aver sempre passato momenti peggiori rispetto a quelli che c’erano in quelle situazioni e si faceva sentire anche se era a 100 metri di distanza. Poi nello spogliatoio ci si scherzava sempre, ma era un riferimento. Lui era l’uomo delle “Mizuno”, e quando voleva dar via le sue scarpette le regalò a me, scherzando e dicendo che avrebbero fatto la differenza per me».

Livello alto

«Quello era il vero calcio. Si vedeva tecnica, si vedeva aggressività, si lavorava molto tatticamente. Oggi, invece, vedo che si gioca senza quella voglia, quel carisma, quella grinta che in quegli anni venivano spontanei appena si metteva piede nel campo di allenamento. A me tremavano le gambe prima di scendere in campo, sentivo sempre le partite. Poi il campionato era difficilissimo, c’erano squadre forti come l’Atessa, con cui battagliammo fino alla fine, il Pineto e non solo».

La partita di Gissi

«Arrivavamo a quella giornata con la possibilità di vincere lì il campionato, ma loro avevano la stessa necessità di punti per la loro classifica. Il clima era surreale, su un campo appesantito dalla pioggia e con una fitta nebbia che a tratti quasi impediva di giocare con lucidità. Ricordo quel che accadde al fischio finale, noi avevamo vinto 3-0, e mi piantai a centrocampo non capendo quel che avevamo fatto, non riuscivo a metabolizzare di aver vinto la Promozione. Poi i tifosi scavalcarono le recinzioni e vennero ad abbracciarci, ma mi ci vollero una decina di minuti per rendermi conto che eravamo in Eccellenza. Ricordo che, al rientro da Gissi, trovai uno striscione sulla macchina che recitava: “In Eccellenza con onore e con Potenza”, ciò testimonia le emozioni di quegli attimi».

Un ipotetico domani

«Oggi gioco in Friuli in Seconda Categoria e mi diverto tantissimo. Ortona è la mia città, è la città dei miei genitori, dei miei amici, della mia infanzia, non esiterei un minuto nel rispondere di sì se mi richiamassero a fare un certo tipo di calcio a casa, anzi, per la voglia che ho farei anche il calciatore. La città resta sempre nel mio cuore, ma soprattutto la gente, i tifosi».

[Foto di copertina di Dimitri Houtteman da Unsplash]

Nicolas Maranca

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