Una squadra capace di raccogliere 159 punti, con 135 gol fatti, 38 subiti ed uno strapotere assoluto messo in pratica sul rettangolo verde. Era il Chieti della grande cavalcata verso il ritorno tra i grandi, una squadra iscritta nel 2006 al campionato di Promozione da Giustino Angeloni e che ben presto avrebbe scritto la storia delle categorie regionali, passando in poco tempo in Serie D. Abruzzo Calcio Dilettanti torna indietro nel tempo di 15 anni e ripercorre un biennio d’oro per il calcio teatino.

Nel girone B di Promozione 2006/2007, per la compagine guidata da Amedeo Assetta arrivò il successo finale con 87 punti (+7 rispetto al Casoli) e l’attacco e la difesa primi nelle rispettive classifiche (88 gol segnati, 20 subiti). L’epilogo della stagione fu segnato dal trionfo anche in Coppa Mancini contro la Castel Di Sangro.

L’anno successivo, con la conferma di gran parte della rosa (su tutti Pasquale Campagna, Ezequiel Stella, Nico Fidanza, Fabio Nepa e Roberto Santarelli), il neo allenatore Rinaldo Cifaldi si trovò a lavorare con atleti quali Davide Antignani, Marco Franchi, capitan Roberto Contini e molti altri. Alla fine, arrivò il trionfo anche in Eccellenza, con 72 punti, 47 gol segnati e 18 subiti, con tre lunghezze di margine sul Casoli e l’indimenticabile epilogo del “Gaetano Bonolis”, vincendo lo scontro con il Notaresco davanti a migliaia e migliaia di tifosi neroverdi che avevano letteralmente invaso Teramo.

A raccontare quel doppio salto, l’allora centrocampista Ezequiel Stella, argentino oggi rimasto in Abruzzo e attualmente punta di diamante dello staff tecnico della Virtus Pescara. Stella arrivava, nel 2006, dalle precedenti esperienze con San Giorgese, Guardiagrele e Tortollì.

Foto di Valerio Caprino

Il Chieti

«Arrivai per la prima volta a Chieti nel 2001/2002, rimasi tre mesi ma senza firmare perché non ero ancora comunitario e il posto da extracomunitario era stato occupato da Rajcic. Quella chiamata del 2006 fu un ritorno a casa per me. Giocai due anni in Sardegna, volevo tornare qui, anche perché ero fidanzato con la mia attuale moglie e volevo stabilizzarmi. Non sapevo però dove andare, fino alla chiamata del grande Maurizio Lerario, che mi disse di non prendere impegni calcistici perché il Chieti doveva ripartire, non si sapeva da quale categoria. Attesi e iniziammo ad agosto quella avventura, con lo stesso Lerario in dirigenza e con Amedeo Assetta come allenatore. Sinceramente devo dire che c’era un clima positivo, tutti volevano far bene, con sacrificio e umiltà. Si respirò un gran clima già alla presentazione della squadra, a 200 metri dalla piazza, si sentiva l’entusiasmo dei tifosi presenti. Una gioia immensa aver potuto dare una certa serenità all’ambiente in quei due anni».

L’inizio in Promozione

«Quello era un campionato di altissimo livello. Il Chieti aveva un organico forte, penso a Campagna, Nico Fidanza, Nepa, Traino, Alessandro Pompei tra i pali, Filippo Fidanza e tanti altri. Fin da subito sapevamo che tutti avrebbero dato il 110% contro di noi, abbiamo trovato nel Casoli la nostra diretta concorrente, una squadra ostica. C’è stato un momento in cui loro non perdevamo mai e noi eravamo lievemente in calo, ciò era dovuto ad una preparazione veloce fatta, ma Amedeo Assetta, che per me è stato un grande mister e un grandissimo preparatore, lo aveva preventivato, sapeva che da dicembre a gennaio la preparazione ci avrebbe un po’ frenati. Fino allo scontro diretto, noi eravamo dietro in classifica, ma poi le cose andarono per il meglio».

Lo scontro diretto

«Quel 25 aprile rappresentò la svolta, ci ritrovammo a giocare a Lanciano in campo neutro. Noi eravamo consapevoli delle nostre forze, ma dall’altra parte c’era una gran bella squadra. Era una finale. Arrivammo a Lanciano sereni, con la solita tensione di tutte le gare. Quando una squadra gioca ogni gara come una finale, come accadeva a noi, non facevamo distinzioni tra singoli match. Eravamo abituati e mi ricordo sempre che segnammo su calcio d’angolo con Campagna, in quell’azione ero vicino a lui perché io dovevo disturbare l’uscita del portiere, in una zona di campo in cui prendevi colpi su colpi. Poteva succedere di tutto, con un gol subito ce ne sarebbero stati molti altri, oppure con un gol si poteva vincere. Ricordo che facemmo riscaldamento e c’era un po’ di pubblico. Rientrammo per fare l’appello e quando tornammo in campo c’era il pienone. Fu una carica pazzesca per noi, avere così tanta gente a supportarci in Promozione significò molto».

L’inizio di una grande storia

«Avevo la sensazione che da lì potesse nascere qualcosa di importante, verso il futuro guardando al passato. C’era gente che di Chieti conosceva tutto, il mister, Giustino Angeloni e non solo. A dicembre venne Battisti e c’era grande voglia di far bene per tutta la piazza. Si voleva non commettere gli stessi errori del passato, cercando di progredire sempre di più. In Eccellenza poi si aggiunsero pedine quali Marcotullio, Marcello La Rovere e l’avvocato Pimpini. C’erano i presupposti per riprendere a far calcio con una società locale e sana. Immaginavo anche un settore giovanile tutto del Chieti, ad un futuro che sarebbe stato un sogno, poi non so perché tutto non si è concretizzato e mai ho voluto saperlo».

Eccellenza

«L’Eccellenza ci vide partire con un grandissimo progetto, sapevamo che eravamo costretti a vincere. Andammo a fare la preparazione a Campo di Giove agli ordini di mister Rinaldo Cifaldi, sudando giorno dopo giorno. Vennero tantissimi tifosi da Chieti ad ogni seduta, per loro non era un viaggio da poco e ciò fa capire cosa significasse quella stagione. Un pezzo del gruppo della Promozione rimase, mentre si aggiunsero altri elementi di livello e di categoria superiore. Bisognava lottare per vincere in un girone che includeva Castel Di Sangro, Notaresco, L’Aquila, Francavilla, Montorio e così via, squadre più che ostiche. Eravamo non brillanti nel gioco come lo fummo in Promozione, ma molto più fisici, con giocatori che davano tanta qualità, penso a Roberto Contini, a Obbedio, Parma, Sarracino e tanti altri. Poi il reparto di centrocampo e quello difensivo si spartivano i ruoli, c’era chi portava l’acqua e chi la distribuiva con tanta qualità, come dico sempre. Devo dire che mi aspettavo un girone ferrato fino alla fine, non sbagliai».

Una storica giornata

«Quella con il Notaresco fu una gara pazzesca per il nostro cammino. Facemmo il ritiro in un albergo di Giulianova e per molti di noi fu un flashback a ciò che accadde l’anno prima. Dopo la riunione tattica mister Cifaldi mi chiese: “Sei nervoso?” e io risposi: “Mister c’è un po’ di tensione, ma è normale prima di una gara così importante, vedrai quanto è bello vincere col Chieti”. Lui sorrise e fece gli scongiuri, ma io sono sempre stato positivo in certe partite, confidavo nei ragazzi che avevo al mio fianco e nell’ambiente, non era presunzione, era fiducia. Come successe a Lanciano, ci ritrovammo in uno stadio di categoria superiore come il “Gaetano Bonolis” con un pubblico pazzesco, fu un gran colpo d’occhio, fu una giornata incredibile e che significò molto di più di una semplice promozione in D».

Sorprese

«Fare nomi, tra i miei compagni di avventura, sarebbe riduttivo. Li conoscevo tutti, sapevo cosa avrebbero potuto darci. Poi, se penso all’opportunità di giocare con Obbedio, è stato qualcosa di particolare, il massimo. Mai lo avevo visto giocare ma ne sentii parlare, mai una parola fuori luogo e sempre massima vicinanza a tutti. Lui aveva 39 anni, eppure in mezzo a noi era ancora un grande atleta. Mi mettevo a disposizione. Quando giocavo con Marco Battista, in un ruolo diverso, sapevo che entrambi avremmo dovuto dare il massimo, bisognava impostare un po’ di più senza lasciar del tutto nel dimenticatoio comunque la mia dinamicità. Con Obbedio era diverso, io volevo avere la massima resa, sapevo di poter e voler sfruttare a pieno i polmoni potendo contare anche su Roberto Contini e verticalizzando su di loro. Avevano grandi capacità, che io non avevo, e mi mettevo a loro disposizione».

Assetta e Cifaldi davanti

«Sono stati due grandi allenatori per me. Amedeo Assetta lo avevo conosciuto quando venni per la prima volta a Chieti nel 2002/2003. Una persona che vuol sempre vincere e che si è sempre rivelato un grande preparatore atletico. Lui mi diceva di avere sempre un minimo di idea di come si voleva giocare e ripeterlo tante volte. Mi trovai benissimo, poi abbiamo mantenuto i rapporti e ci sentiamo spesso. Era una persona molto alla mano, per via della sua preparazione accelerata, non riuscì a fare tutto quel che voleva a livello fisico. Dopo il calo invernale, tirammo fuori tutta la benzina che avevamo messo dentro. Con Rinaldo Cifaldi andammo a lavorare molto di più sulla fisicità, un preparatore come Maurizio Villanzola non l’ho mai trovato nella mia carriera, il migliore. Mi feci male dopo aver sempre giocato da titolare, fu una distorsione al ginocchio. Fu un recupero velocissimo, anziché un mese e mezzo ci misi 3 settimane, ma il mister non mi mandava in campo perché secondo lui non ero pronto. Io chiedevo a Maurizio di farmi fare un allenamento mirato per simulare la gara dopo ogni allenamento. Un giorno io pensavo di giocare e finii in panchina, pur essendo pronto. Si fece male Marco Battista, giocai e da lì mister Cifaldi non mi sostituì più. Oggi, che sono allenatore, capisco cosa volesse intendere lui, capisco che è sempre difficile fare determinate scelte, capisco che bisogna considerare tante piccole cose. Rinaldo ha rappresentato molto».

Un tifo caldissimo

«Per un argentino come me, è stato come essere a casa. A Chieti ho visto un calore ed una passione immensi messi dai tifosi ogni giorno, perché non venivano solo la domenica, ma anche negli allenamenti ci stavano vicini. Si avvertiva questa vicinanza, questa passione. I tifosi del Chieti avevano una caratteristica, non criticavano mai durante la gara, ma ci spronavano e basta. I 90’ servivano per incitarci e questo era importante. Quando li sentivi cantare, tu non vedevi l’ora di andare in campo, per dare il 200% non solo per la squadra, ma soprattutto per loro. La vita del tifoso non è semplice, spesso non vengono capiti, ma l’affetto e la carica che danno è spettacolare».

Nicolas Maranca

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