Abruzzo Calcio Dilettanti apre l’album dei ricordi e torna indietro nel tempo. Il 2006, anno indimenticabile per gli sportivi italiani, lo è stato ancor di più per i tifosi della Santegidiese. La squadra vibratiana strappò il pass per la Serie D, in un campionato di Eccellenza vinto con appena 2 punti sul Pescina.

La compagine, che annoverava al timone Roberto Cappellacci, chiuse con 75 punti in 34 giornate, con 50 gol fatti e appena 15 subiti, con la miglior retroguardia del campionato. Una marcia indimenticabile, segnata da giocatori che hanno difeso i colori giallorossi con la massima professionalità. Da Denis Spinelli a Dario Celli, da Remigio Cristofari a Ivan Scaramazza, passando per Carpineta, D’Emidio, Galiffa, Michele Baldassarro, Costantini, Colella e non solo. Una squadra che non aveva punti di riferimento, ma viaggiava insieme, da vero gruppo, di settimana in settimana. Lo dimostra il fatto che il miglior realizzatore dei vibratiani fu Anselmi, con 11 centri, metà di quelli del capocannoniere dell’Eccellenza Soria. In gol difensori, centrocampisti e attaccanti, senza perdere mai di vista quel sogno chiamato Serie D. Un sogno diventato realtà il 2 aprile, con il 2-0 rifilato all’Atessa in trasferta, rendendo vana la contemporanea vittoria della Valle Del Giovenco.

A raccontare quell’annata, ai microfoni di ACD, Andrea Censori, santegidiese dalla nascita e che, dopo essere venuto fuori dal vivaio giallorosso, avrebbe vinto quel campionato per poi fare il grande salto all’Arezzo, in Serie B.

Un successo epico

«Avevo 17 anni, a quell’età non ti rendi realmente conto di ciò che fai e del significato che ha. Quell’annata ha rappresentato il trampolino di lancio per me e la mia carriera. Mi ricordo che fu dura, forse questo l’ha resa una vittoria ancor più unica. Avevamo un grande gruppo, con gente di carattere e di personalità. Poi ci ha aiutato l’aver potuto contare su un grande allenatore ed una dirigenza che ci mostrava in continuazione la sua vicinanza, su tutti non posso non menzionare Mimmo Di Antonio. Ci fu anche un po’ di fortuna, perché non avendo una rosa ampissima gli infortuni avrebbero potuto penalizzarci parecchio, invece ne avemmo pochi. Poi ricordo anche che molte gare le vincemmo col minimo scarto, volevamo non subire gol perché poi sapevamo che almeno uno lo avremmo realizzato».

Un campionato arduo

«Ricordo che, il giorno della scomparsa di mio padre, andammo a giocare a L’Aquila, il 19 marzo. Andammo sotto 2-0 e poi riuscimmo a pareggiare in rimonta, lì ci si spianò di fatto la strada perché la Valle del Giovenco perse in contemporanea. Poi vincemmo contro Guardiagrele in casa e contro l’Atessa in casa loro, e lì si scatenò la festa. Ma era un girone duro, c’era la Valle Del Giovenco degli argentini, c’era l’Hatria, una squadra validissima. Poi c’erano altre belle realtà, penso a Notaresco, Cologna Paese, Lauretum e non solo».

Cappellacci alla guida

«Il mister arrivò da noi nel gennaio della precedente stagione. Da lì ponemmo le basi per quel trionfo, perché nonostante Cappellacci era giovane e emergente, ci portò una tipologia di allenamenti particolare, con sedute specializzate, focus che non si vedevano ovunque. Lui si poneva in un modo nuovo e voleva un gioco diverso e tutto suo, la società fece centro puntando su di lui. Averlo avuto già in precedenza, ci aiutò».

Il calcio a Sant’Egidio

«Io sono nato e cresciuto in questa città e vivo la sua quotidianità. Non riesco a spiegare questa sensazione che si ha, questa santegidiesità che mi porto dentro. Viviamo il calcio in una maniera unica, si parla di questo sport ogni giorno di ogni settimana, di ogni mese. Ovunque si va, c’è la Santegidiese al centro dell’attenzione. Per me è il massimo, essere di Sant’Egidio e giocare per questa squadra, riuscendo a raggiungere importanti traguardi come quella promozione è un qualcosa che si sogna sempre».

Vincere da vera squadra

«Non era il singolo a fare la differenza. Sicuramente poter contare su personalità forti come Celli, Galiffa e compagnia era importante. Poi c’era Stefano Costantini, uno dei senatori del gruppo, una figura da ammirare per dedizione e impegno, in allenamento era un traino. Poi c’erano ragazzi giovani e di valore come Remigio Cristofari e Andrea De Berardinis, che secondo me sarebbe potuto arrivare molto più in alto. Era il gruppo la forza di quella squadra, non è una frase fatta, credetemi».

Momenti chiave

«A livello personale, mai potrò dimenticare il gol che segnai nell’ultima gara, ad Atessa. Mi lascia emozioni uniche. Fu cruciale la vittoria contro il Cologna Paese, fu una gara in cui la palla non voleva proprio entrare, noi non ci abbattemmo e riuscimmo a vincerla 1-0. Poi ovviamente anche la gara contro L’Aquila di cui parlavo prima ha avuto un certo peso nell’economia del campionato».

Un calcio diverso

«Di quel calcio, l’unica cosa che realmente non è mai cambiata è la passione dei tifosi. Oggi giocare senza la nostra gente è brutto, ma la vicinanza dei sostenitori non è mai mancata, in ogni modo. Negli ultimi 10 anni il calcio è sceso di qualità, vuoi per la crisi o per qualsiasi altra ragione. L’anno successivo andai in B conoscendo compagni come Floro Flores e altri, poi in C e la cosa certa è che allora, per arrivare lontano, dovevi darci sotto davvero. Purtroppo, oggi si sponsorizza il gettone dei giovani e far giocare per forza i ragazzi non è buono, perché in campo deve andare chi merita. Se un giovane vale, gioca a prescindere e infatti ricordo che l’anno della promozione in D eravamo in 3 sotto età a giocare: io, Denis Spinelli e Di Giacomo. La regola era di avere due fuoriquota, ma evidentemente noi lo meritavamo, non si devono fare le cose solo perché obbligati».

Nicolas Maranca

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