Abruzzo Calcio Dilettanti apre l’album dei ricordi e torna alla stagione 2004/2005. A Penne, quell’annata, se la ricordano bene, perché è uno di quei passaggi che segnano la storia di una società, a prescindere da ciò che è accaduto prima e che può accadere un domani. Era il 1995/1996 quando i vestini lasciarono la Serie D per tornare in Eccellenza, dopodiché, da una parentesi in Promozione, è partita una nuova scalata dei biancorossi. Nel 2003/2004, dopo aver vinto i playoff regionali da quinta classificata, l’allora squadra di mister Donatelli si fermò contro il Mentana nella finale nazionale. L’anno successivo, poi, la consacrazione.

Era il Penne dei tanti argentini voluti dall’indiscutibile capacità di Roberto Druda, da Lalli a Correa, passando per Parmigiani, che ne sarebbe diventato il bomber stagionale. Era il Penne di talenti cristallini quali Alessandro Del Gallo, Nicola Cianci, Francesco D’Addazio e non solo, senza dimenticare Ciarrocca, Sacripante, Matteo D’Addazio, Landeiro, Francia e Palmarini. Era, soprattutto, il Penne di Andrea Camplone, arrivato in corso d’opera dopo un anno dalla precedente esperienza in biancorosso. Una cavalcata che portò il Penne, anche grazie ad una serie di risultati utili di ben 14 incontri, alla disputa dei playoff. Dopo il terzo posto in campionato (64 punti, 51 gol fatti e 28 subiti), il club vestino mandò ko l’Atessa negli spareggi regionali, prima di brillare nella fase nazionale con Almas Roma e Benacense: fu Serie D, ancora una volta.

A raccontare quell’avventura, Alejandro Lalli, un simbolo e un punto di riferimento di una squadra che resterà per sempre nella storia del dilettantismo abruzzese.

Un rapporto che va oltre il campo

«Penne ha rappresentato l’inizio del mio percorso calcistico in Italia. Fu Roberto Druda a volermi e a portarmi lì, insieme a Di Simone. Ho trovato una ospitalità unica, io sono stato uno dei primi argentini in Abruzzo e sono stato trattato come un abruzzese, lo sono praticamente diventato. Mi sono fidato di Druda, ero pronto ad una avventura senza sapere quel che sarebbe successo. Ricordo che all’aeroporto fui accolto da Enzo Altigondo, fu l’inizio di una favola. Non mi sbagliai, è stata una scelta più che azzeccata. Mai potrò dimenticare il rapporto che si creò con tutti».

Il Penne di Camplone

«Avere una figura come Camplone come allenatore è stato fondamentale per me. Se poi ha fatto una certa carriera, è perché è sempre stato molto preparato. Così come lo era il suo vice, Fabio Montani, che poi ho avuto la fortuna di ritrovare a San Nicolò. Andrea Camplone aveva carattere, eccome. La sua più grande abilità fu di unire il gruppo e capì che questo elemento era fondamentale perché il campionato era molto livellato. Allora il discorso è semplice, un club può avere tutti i soldi del mondo, ma senza gruppo e senza un condottiero intelligente e capace di fare ciò che deve fare un allenatore, non si va da nessuna parte. Poi noi eravamo una squadra con una certa qualità. Eravamo una squadra fortissima. Io, Panico, Del Gallo formavamo un trio davvero unico, con altri elementi che erano un lusso per la categoria, penso a Correa e Parmigiani. La differenza la fa sempre la mentalità e il mister non cambiava mai il sistema di gioco in base agli avversari. Il nostro 4-3-3 rimaneva tale sia con l’ultima in classifica, sia con la prima della categoria superiore. Non c’era una partita in cui attaccare di più e una in cui attaccare di meno, era sempre la stessa mentalità, mentalità vincente. Quando sai che sei forte, lo fai notare. Pensiamo alla gara con la Benacense, noi non ci accontentavamo di finirla ai rigori, noi la volevamo chiudere prima, indipendentemente dalle condizioni, dal fatto che giocavamo lontano da casa».

Squadra, famiglia, corazzata

«Sembra un concetto banale, ma non lo è. Essere un gruppo unito in quei casi è fondamentale, e noi lo eravamo. Ogni settimana il nostro rapporto andava avanti anche fuori dal campo, andavamo a cena insieme e condividevamo molte cose, bisogna capire che la giornata di un calciatore è fatta di collaborazione e spirito di squadra. Fare nomi singoli è difficile, perché mi smentirei. A livello calcistico, abbiamo avuto la fortuna di avere un portiere giovane come Cianci che ebbe un rendimento pazzesco. In avanti avevamo Del Gallo, che è uno di quei giocatori che tra i dilettanti sono davvero un lusso. Lui secondo me avrebbe anche potuto fare di più, era validissimo tecnicamente e forse, in Italia, è stato davvero uno dei migliori che ho incontrato. Avevamo una difesa solida, con Francesco D’Addazio che era sontuoso, c’era Ciarrocca, poi Sacripante, un terzino davvero importante. Poi gente che ha dato tanto come Correa, Parmigiani e tutti gli altri. Non me ne vogliano le altre squadre, però eravamo i più forti a mio avviso».

Traguardi imprevedibili

«Noi, secondo me, quando facemmo i 14 risultati utili consecutivi non capivamo realmente cosa stavamo combinando. Fu una striscia record ma noi guardavamo solo alle singole gare ed eravamo inconsci di quei numeri. Un po’ ce ne rendemmo conto a fine anno, nel mentre neppure potevamo pensare che stavamo scrivendo la storia del Penne Calcio, avevamo solo l’obiettivo di dare il massimo. Ripensandoci, però, è vero: abbiamo fatto qualcosa di incredibile».

L’Eccellenza delle eccellenze

«Senza dubbio il livello era altissimo, ogni domenica incontravamo squadre fortissime e giocatori di rilievo. Poi c’erano tanti derby, in particolare quello con l’Angolana, molto sentito. C’erano Alba Adriatica, Francavilla, Atessa, insomma squadre che investivano molto e ogni domenica, per noi, era una finale. Ottenere il risultato in un girone così significava avere davvero la mentalità giusta. Volevamo sempre vincere, in casa e in trasferta, senza mai accontentarci. Poi nel calcio, si sa, non sempre va come si vuole, però noi ci riuscimmo».

L’ultima di campionato

«Quella domenica fu particolare. Noi avremmo dovuto vincere per assicurarci i playoff, mentre l’Angolana doveva farlo e sperare che l’Atessa non vincesse a Francavilla, con anche la possibilità di andare direttamente ai playoff nazionali. Insomma, sarebbe potuto succedere di tutto. Alla fine i nerazzurri vinsero il campionato e noi si sa quel che siamo riusciti a fare. Nel calcio bisogna sfruttare i momenti, ma secondo la mia opinione per quel che valeva la nostra rosa, potevamo pensare anche di arrivare primi senza passare per i playoff, forse non tutti si rendono conto di livello qualitativo a disposizione di quel Penne. Il calcio è fatto di risultati ed episodi, un millesimo di secondo può cambiarti l’annata. Poi avemmo la fortuna di trovare una seconda chance da giocarci ai playoff e la sfruttammo». 

L’esodo pennese sul Lago di Garda

«Quella fu una giornata unica. Spesso gli amici e i giornalisti mi mandano i video della gara in riva al Garda e vi dico che quando ci penso ho la pelle d’oca. Il sostegno ed il seguito della gente di Penne di quegli anni era un qualcosa di pazzesco per la categoria, immagini che chi le ha vissute se le porterà dentro a vita. Loro senza paura ci seguivano in ogni trasferta, ma in quella occasione, ci fu un bagno di folla fin dal nostro arrivo lassù in Lombardia. C’erano pullman e pullman carichi di tifosi, con stendardi, bandiere, fumogeni e cori. Ancor più bello fu il ritorno, ricordo il corso di Penne pienissimo di persone che stavano aspettando noi. Penne, quei giorni e i pennesi per sempre nel mio cuore».

Gol pesanti

«Io penso che dei diversi gol segnati, quelli fatti nei playoff resteranno i più pesanti. Ma non per me, bensì per la squadra, per arrivare ad un obiettivo che da tanto cercavamo e da tanto Penne cercava. In campo noi volevamo ricambiare la fiducia di Druda e della società. Non voglio dimenticare neppure l’anno fatto con mister Donatelli, un allenatore davvero molto abile. Quell’anno resterà un rimpianto per me, perché con lui in panchina centrammo la finale playoff. Io, però, ero giovane e ancora inesperto e mi feci prendere troppo dalla foga, con una espulsione quasi subito. Tutt’oggi mi dispiace enormemente, ci tenevo per ricompensare gli sforzi del mister e invece sbagliai e la squadra perse, fu una grande ferita».

Ritorni sperati

«A me è dispiaciuto parecchio non poter continuare la mia avventura a Penne, sarei rimasto a vita se fosse dipeso da me. Sogno di tornare lì, sogno di essere ancora in un progetto che possa riportare il calcio di Penne dove merita. Per quello che la città mi ha dato, devo essere grato per sempre a tutti i pennesi e chi faceva parte di quella realtà Sarebbe un sogno poter essere utile ancora, con qualsiasi ruolo, ma qualunque esso possa essere io darei sempre il massimo».

La quotidianità

«Parlo sempre con i presidenti italiani. Una grande pecca è il fatto che non si punti molto sui giovani. Non bisogna andare a cercare grandi nomi, ma serve costruire i futuri campioni direttamente in casa propria. Poi il discorso fuoriquota è particolare, ma sapendo che c’è questa condizione, le società devono investire su chi ha già nel suo organico, dandogli il massimo per ricavare il massimo. Io qui in Argentina sono coinvolto in un progetto interessante con l’Argentinos Juniors, da dove sono usciti campioni quali Redondo, Coloccini, Maradona, Cambiasso e così via. Collaboro con Luis Arcamone e ci teniamo sempre aggiornati su tutte le novità per cercare di spronare i ragazzi alla crescita. Mi piacerebbe dare a loro la possibilità di sfondare, infatti mi sento spesso con il Presidente Salvatore Di Giovanni e con molti altri dirigenti italiani per capire la situazione lì».

[Foto di copertina di Dimitri Houtteman da Unsplash]

Nicolas Maranca

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